Streghe, leggende, bellissimi paesaggi e pane ottimo: a Triora la vita si è cristallizzata.
La gita in auto è un po' lunga, soprattutto se ci si ferma spesso ad ammirare il paesaggio, ma ne vale la pena. A 38 km da Sanremo, al confluire della Valle Argentina con la Valle Arroscia sfilando davanti a Molini di Triora e poi alla chiesa di santa Brigida si arriva a quota 776 metri, alla meta prefissata: Triora. Il nome della città lo si fa derivare dal latino "tria ora", le bocche latranti del cane Cerbero campeggiante nello stemma comunale o dalle tre gole sagomate dalla confluenza del torrente Corte con l'Argentina e il Capriolo, oppure ancora dai tre principali prodotti agricoli locali del passato quali vino, castagne e grano. La posizione dominante e in una zona di confine le avevano destinato un ruolo strategico, potendo controllare la valle padana. Dal 1000 il borgo si racchiude dentro le mura, le case si trasformano in torri, le strette vie dette caruggi diventano argine contro le penetrazioni esterne. Genova che dal 1260 ne assume la giurisdizione potenzia ulteriormente le linee difensive dotandola di un Castello a torre circolare e di un Fortino, dove oggi si trova il cimitero: opere che si aggiungono alle mura con sette porte. Presso porta Soprana la feritoia che si nota in basso serviva per l'offesa, gettare olio bollente o catrame, mentre attraverso la finestrella murata si riscuotevano le gabelle daziali.
Il patrimonio edilizio di Triora conta una decina fra chiese ed oratori: interessanti quella di san Bernardino per gli affreschi, sia quella di santa Caterina datata 1390 ma costruita con forme che anticipano il Rinascimento. Un buon numero di palazzi di nobile casato, certificano il loro blasone con portali in pietra intagliati con espressioni artistiche di carattere a volte religioso, a volte allegorico. E poi i vicoli che portano ovunque e da nessuna parte, un percorso fitto di piazze, scalinate, cortili, rinfrescati da quattro fontane: la Soprana, che per canali di pietra coperti da "ciappe"(blocchi) d'ardesia alimenta la Sottana e la cisterna centrale, ingentilita da paciosi delfini, mentre è inutilizzata da un secolo la fontana del Castello. L'acqua è l'elemento basilare per il pane di Triora, basso e circolare, è rinomato in tutta la regione. Resta fresco per quasi una settimana e un tempo era il prezioso compagno di viaggio dei pastori che portavano le greggi in alta montagna. L'antica ricetta è giunta intatta fino ai nostri giorni ed una sosta durante il bighellonare per il paesino, gustando il pane con una formaggetta di pecorino o con il tipico bruzzo (ricotta fermentata) è un piacere da non sottovalutare.
Ma la particolarità vera di Triora, unica in questa fetta di Liguria, è il suo legame storico con le streghe: molti i segnali lungo l'intera dorsale del paese della presenza delle "baggiure" (come venivano chiamate in dialetto). Entrando in paese si sarà passati a fianco della Rocca d'e baggiure, luogo deputato a ritrovo delle streghe nel '500 e anche dopo. Leggenda e storiografia ufficiale s'alternano nel raccontare gli eventi accaduti. Nel 1950 le streghe di Triora cominciano a diventare oggetto di ricerca e di studio: lo storico padre Francesco Farraironi scoprì nell'archivio di Stato della Repubblica di Genova gli atti del processo del 1588, episodio cruciale dell'intera vicenda. La causa scatenante sia del processo che della superstizione fu la carestia del 1587, che giungeva dopo tre anni di raccolti miseri. Il popolo affamato e disperato cominciò a credere alla presenza delle streghe e delle loro fatture, e nel gennaio del 1588 favorito dal fanatismo e dall'ignoranza del commissario genovese Giulio Scribani cominciò la persecuzione di molte donne che portò in galera un trentina di donne: imprigionate, torturate e sottoposte a interrogatori spietati. Una di queste, tal Isotta Stella, non resistette e si uccise buttandosi dal balcone della stanza dove era rinchiusa. Nutrite a pane ed acqua le incriminate erano sottoposte al tormento della corda, tirate per gambe e braccia fino a slogarne giunture, e al supplizio della veglia, una macchina che impediva loro di addormentarsi anche per 45 ore consecutive. Indubbiamente molte finirono per confessare pene mai commesse pur di fuggire da quell'inferno o porre almeno termine alle torture.
Oggi di quel triste passato a Triora resiste la Cabotina, località dove si narra le streghe si ritrovassero per i sabba e per barattare i bambini catturati a Triora con quelli presi a Molini. E' stato pure restaurato il casolare esistente, non lontano dall'abitazione del boia a precipizio sul rio Capriolo. Anche le fontane della Noce e di Campomavue sarebbero stati punti di aggregazione delle "ossesse", così come la Rocca di Andagna o la Gueretta di Badalucco. Accurato il Museo Etnografico (via Roma) aperto nel 1983 conta 12 sale dedicate alla vita dei campi e a reperti archeologici, mentre nelle sale sotterranee dove un tempo c'erano le carceri è stata allestita una speciale sezione dedicata alle streghe. C'è la ricostruzione in un angolo buio di una "baggiura" che sta subendo la tortura del cavalletto e poi sono esposti altri strumenti dell'Inquisizione come la sveglia, la Pira, e le trascrizioni dei documenti del '500.